The Snowman
Il pupazzo di neve è un personaggio molto positivo, tanto che la fiaba inizia proprio con una sua esclamazione: “Questo freddo mi fa proprio bene! È proprio vero che un buon vento pungente fa risuscitare anche i morti! E guarda quel tipo!” dice rivolto al sole che sta tramontando, “Cos’avrà da fissarmi? Beh, non riuscirà a farmi sbattere le palpebre! Continuerò a tenere le tegole aperte, io!”.Dice così perché i suoi occhi sono fatti da due pezzi di tegola e la sua bocca è costituita da un vecchio rastrello spuntato, nulla di meglio per disegnargli un bel sorriso. Il pupazzo è nato tra gli “Urrà!” di un gruppo di bambini e la sua nascita era stata celebrata da squilli di campanelli. Una sera, mentre il sole volgeva al tramonto lasciando posto alla pallida luna il pupazzo, credendo che si tratti di nuovo del sole si compiace del fatto che abbia smesso di fissarlo e la luce sia meno accecante. “Se soltanto potessi andarmene da un’altra parte!”, dice,” Se potessi muovermi, andrei a scivolare sul ghiaccio come quei ragazzi che ho visto! Ma non so come si fa”. Appare quindi il vecchio cane alla catena del giardino, bofonchiando gli risponde che sarebbe stato presto il sole a insegnargli a scivolare nel fossato, com’era successo a tutti i suoi predecessori. Il pupazzo si rattrista pensando che come il cane, neppure il sole deve volergli bene. La mattina seguente il sole sorge come di consueto e la sua luce intensa si riflette nei cristalli della brina congelata su ogni cosa durante la notte, una coppia che esce di casa rimane estasiata dal paesaggio e i due iniziano a ballare di fronte al pupazzo che, una volta allontanati,chiede al vecchio cane chi sono e che ci fanno li, lui risponde che sono i padroni, che sono innamorati e né lui né il pupazzo sarebbero mai stati importanti quanto loro e racconta che quando era cucciolo, anche lui viveva in quella casa, stava sempre accovacciato su una poltrona di velluto e il padrone più importante di tutti lo teneva in grembo, poi divenne troppo grande per queste cose e lo diedero alla governante, al piano terra. Li, racconta il vecchio cane, c’è una bella stufa che lo teneva al caldo nella stagione più fredda e ancora se la sogna. Il pupazzo è incuriosito da questa figura e chiede al cane se questa stufa gli somiglia ma lui specifica che è il suo esatto contrario, nera come il carbone, con il collo un po’ allungato e uno sportello di ottone, è così ghiotta di pezzi di legno che il fumo le esce dalla bocca e se ci si mette vicino o anche sotto, è una vera delizia. Il pupazzo si guarda un po’ attorno finché vede un oggetto nero e lucido, tutt’attorno il pavimento sembra illuminato e il pupazzo si sente strano, prova una sensazione che non riesce a spiegarsi, il cuore ha come una nostalgia che non ha mai provato ma che tutti gli uomini conoscono bene, quando non sono fatti di neve. Improvvisamente il pupazzo prova l’incontenibile impulso di incontrarla, un desiderio innocente, l’unico, ma tanto forte da indurlo a pensare di poter rompere i vetri, il cane però l’avverte che non ci sarebbe mai arrivato e avvicinarsi per lui sarebbe significata la fine. Il pupazzo rimane a guardare quella finestra tutto il giorno, fino al tramonto, quando la stanza sembra diventare più accogliente e la stufa emana un bagliore più dolce di quello della luna e del sole, una delle fiamme che escono dallo sportello sembra penetrare il petto del pupazzo di neve che rimane assorto nei suoi pensieri che congelano scricchiolando. Passano i giorni e arriva il vento tiepido che inizia a sciogliere la neve, più il vento soffia più il pupazzo diventa piccolo ma non si scompone, non si lamenta, rimane concentrato su quella finestra aspettando che il ghiaccio sul vetro si sciolga, per poter vedere di nuovo la sua stufa. Poco tempo dopo il pupazzo crolla a terra e al suo posto rimane uno spazzolone per stufe, i bambini l’avevano usato al posto di un manico di scopa per tenerlo dritto. Ecco cos’era quel senso di nostalgia che lo turbava tanto. Il povero pupazzo di neve si trova a vivere lo stesso amore impossibile di Andersen, scoraggiato dal vetro che lo divide dal suo desiderio, abbattuto dalle parole di una società invecchiata legata ad una catena, ormai abituata a piegarsi alla quotidianità. Il pupazzo quel vetro avrebbe voluto spaccarlo, ma per sua stessa natura non poteva muoversi, destinato ad aspirare all’amore da lontano per il resto dei suoi giorni, con il suono ridondante delle parole del vecchio cane nella mente, sciolto e abbattuto da una natura ciclica e inesorabile, gli stessi problemi che si affrontano nel ventunesimo secolo per spaccare quel maledetto vetro. Purtroppo trasciniamo il retaggio di queste difficoltà nelle nostre vene, scorre nel nostro sangue come pezzi di vetro, ferendoci continuamente. Fortunatamente non siamo pupazzi di neve, possiamo davvero fare qualcosa per raggiungere la felicità, è quasi ridicolo che come nell’ottocento ci sia un cane incatenato pronto a dirci che non lo meritiamo, che tanto moriremo soli nel tentativo, e anche se ci riuscissimo sarebbe la nostra rovina. La nostra natura ci consente di plasmarci, di mutare e avere speranza, perché in fondo ognuno merita di essere toccato dalla fiamma di quella stufa e riempire il mondo di meraviglia.